Pubblicato: Gio, Novembre 15, 2018
Esteri | Di Evidio Veneziano

Pence a Aung San Suu Kyi: violenze contro Rohingya non scusabili

Pence a Aung San Suu Kyi: violenze contro Rohingya non scusabili

Agenpress. Amnesty International ha annunciato oggi di aver revocato la sua più alta onorificenza, il premio "Ambasciatore della coscienza", conferito nel 2009 ad Aung San Suu Kyi. Oggi, proviamo profondo sconcerto per il fatto che Lei non rappresenti più un simbolo di coraggio, di speranza e di imperitura difesa dei diritti umani. Più di 700'000 Rohingya, infatti, sono fuggiti dagli abusi commessi dai soldati birmani nel 2017 e si sono rifugiati nel vicino Bangladesh, in condizioni di vita difficili. Naidoo ha fatto poi riferimento alla palese indifferenza della leader birmana di fronte alle atrocità commesse dall'esercito e alla crescente intolleranza rispetto alla libertà di espressione.

"L'incapacità di Aung San Suu Kyi di parlare a nome dei Rohingya è uno dei motivi per cui non possiamo più giustificare il suo status di Ambasciatrice della Coscienza", ha detto Kumi Naidoo.

Gli ispettori delle Nazioni Unite hanno accusato i militari di scatenare una campagna di omicidi, stupri e incendi con "intenti genocidi", ma l'amministrazione di Suu Kyi ha respinto le accuse in modo unilaterale e ha affermato che l'azione militare è stata impegnata in una legittima operazione di contro-insurrezione. L'amministrazione guidata da Aung San Suu Kyi ha attivamente rinfocolato l'ostilità verso i rohingya, definendoli "terroristi", accusandoli di aver bruciato essi stessi le loro case e parlando di "falsi stupri". Contemporaneamente, la stampa governativa pubblicava articoli violenti e disumanizzanti definendo i rohingya come "pulci umane da detestare" e un "tormento" di cui liberarsi. A peggiorare le cose, la sua amministrazione ha imposto severe restrizioni di accesso agli aiuti umanitari, aggravando le sofferenze di oltre 100'000 persone sfollate in seguito ai combattimenti.

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Nonostante il potere esercitato dai militari, vi sono settori in cui il governo a guida civile ha l'autorità necessaria per attuare riforme volte a migliorare la tutela dei diritti umani, in particolare nel campo della libertà d'espressione, di associazione e di riunione pacifica. L'amministrazione di Aung San Suu Kyi non ha abrogato leggi repressive, comprese alcune delle leggi utilizzate per detenere lei e altri attivisti per la democrazia e i diritti umani.

San Suu Kyi viveva in regime di arresti domiciliari quando ha ricevuto l'onorificenza e, nel 1991, era stata anche insignita del premio Nobel per la pace. Non solo: Aung San Suu Kyi ha attivamente difeso l'uso di quelle leggi, come nel caso della loro applicazione per condannare due giornalisti della Reuters che avevano documentato un massacro commesso dai militari. Quando, nel 2013, ha potuto finalmente ritirare il premio, Aung San Suu Kyi ha chiesto ad Amnesty International di "non distogliere gli occhi o la mente e di aiutarci ad essere il paese in cui speranza e storia si fondono". "Continueremo a lottare per la giustizia e i diritti umani in Myanmar - con o senza il suo sostegno".

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